Alla scoperta del territorio Ciclotour tra arte e natura del Comune di Zoppola Domenica 19 settembre 2021 Area Verde Li Blachis

PROGRAMMA

Area Verde Li Blachis
ore 8.45 registrazione
ore 9.00 partenza ciclotour
Itinerario e visite guidate a cura di Nerio Petris
– La“Casa degli spiriti” alias “Castelletto” di Orcenico Inf.
– La chiesetta di Santo Stefano in Cevraja di Castions.
– La chiesetta di San Marco in Castions.
– Distilleria Pagura
– La chiesa parrocchiale di Castions.
– I Marcolini e “Parco Burgos” in Castions.
– Casa natale dei Costantini, ora Galleria Civica d’Arte.
ore 12.30 rientro a Li Blachis e pranzo
Menù a base di selvaggina e vini del territorio
Prezzo di partecipazione:
2,00 euro ciclotour
18,00 euro pranzo con bevande comprese
Prenotazioni
entro giovedì 16 settembre 2021:
cell. 389 426 2373

Programma dettagliato e presentazione storica delle varie tappe a cura di Nerio Petris che sarà la guida della giornata.

Itinerario: Villa degli spiriti-Cevraia-S.Marco-Castions.

a cura di Nerio Petris

—————–

A) La“Casa degli spiriti” alias “Castelletto
di Orcenico Inf.

A/1
– Origine del casato dei De Domini, proprietari d’origine.

Il casato dei De Domini ebbe origine in Giovanni (Zuanne),
nato nel 1650 circa a Sauris, il quale sposò in primi voti (a Sauris ?)
Battistina Lenardini. Rimasto vedovo, si risposò in secondi voti con Angela
Galeazzi vedova Vercelli abitante a Tramonti di Mezzo, ove andò a risiedere “cuc”.
Il figlio (Gian)Pietro sposò nel 1700 la contessa Jessaura di Polcenico e
Fanna.

Secondo L. Pògnici in “Spilimbergo e suo
distretto
”, Pordenone 1872, (Gian)Pietro de Domini venne definito il “don
Rodrigo della Valmeduna
”. Nel 1698 acquistò la patente di nobiltà dalla
Serenissima ed investito del titolo di “conte della Meduna”. Avvalendosi
di tale feudalità spadroneggiò in Valtramontina, intimorendo la popolazione,
razziando beni e commettendo ogni sorta di vessazione e sopraffazione. Abitò il
palazzo Sequals da Lorenzini da Cajo (?) a partire dal 1703.

Nel 1750 il
casato ebbe in Sequals un proprio nuovo palazzo, attuale sede municipale.
Possedettero inoltre svariati palazzi e altri beni immobili (terreni, caseggiati
rustici, opifici, ecc.) anche a Fanna, Orcenico Inferiore di Zoppola, Oderzo,
San Giovanni di Casarsa, beni spartiti poi fra i discendenti.

A/2
– I De Domini in Orcenico Inferiore di Zoppola.

I primi
accenni sulla presenza dei nobili De Domini in comune di Zoppola si
rintracciano nei registri di battesimo della pieve San Martino di Zoppola. Nel
1690 infatti Giovanni (Zuane de Domini de
Tramonz
) tenne a battesimo Gio=Maria Lotti di Zoppola (famiglia di
possidenti locali). Nel 1708 è la volta del conte Pietro Domini di Tramonti,
padrino di battesimo ancora in casa Lotti. Probabilmente le due famiglie
risultavano vincolate da reciprochi interessi commerciali (eventuali
apparentamenti non accertati). Nel 1752 il “co.
(Gian)Pietro q.m Fortunato Domini…”
risulta padrino di battesimo, sempre in
casa Lotti di Zoppola.

Ma dai
documenti noti non risulta che nel ’700 questo casato avesse stabile residenza
in Orcenico di Zoppola, pur se già in possesso del palazzo e relative
pertinenze.

In quei
periodi Orcenico Inferiore risultava una villa libera, ossia un paese
non sottoposto ad alcuna giurisdizione feudale, ma al solo Capitano della
Serenissima. Appariva alquanto isolato e sprovvisto di viabilità primaria,
motivi per cui si suppone che la presenza dei De Domini avvenisse in
modo solo sporadico. Un palazzo insomma ad uso “casa di delizia”, ovvero
residenza di campagna”.

Finalmente nel
1818 Vincenzo, uno dei dieci figli del conte (Gian)Pietro De Domini, immigrò in
pianta stabile da Sequals a Orcenico Inferiore di Zoppola, andando a risiedere
nel palazzo che in alcune cartoline fotografiche del 1904 viene definito con
l’appellativo di “villa Elisabetta”.

A/3
– Palazzo “villa Elisabetta”, barchessa e mulino, in Orcenico Inferiore.

Non è dato
sapere con esattezza l’anno in cui venne edificato il palazzo “Villa
Elisabetta
” con relativa barchessa ad uso magazzino ed abitazione rustica
dei fittavoli. Verosimilmente  venne
iniziato dai De Domini, e probabilmente affidato alle cure di qualche loro gastaldo
‘fattore’.

Sicuramente
esso esisteva già a fine ’600. Esso appare ben delineato in un disegno del 1706
con il quale il conte Pietro Domini (il “don Rodrigo della Valmeduna”)
chiedeva autorizzazione al Senato veneziano per realizzare un opificio
utilizzante la forza idraulica di tre ruote. Avrebbe compreso un mulino per
granaglie, un follo da battilana-feltro ed un battiferro. Nell’occasione fu
realizzato un canale di derivazione del fiume Fiume, con relative bove
‘paratie’ per la ripartizione delle acque. La gestione venne affidata in
livello ai Carnera, originari di Sequals e dal 1893 ceduto poi a Filippo
Pellarin.

Nel 1750
l’omonimo nipote minorenne (Gian)Pietro De Domini presentava altra richiesta
per realizzare, in aggiunta al mulino, una segheria. Tutti questi edifici appaiono
accatastati nelle mappe napoleoniche del 1807 e nel successivo catasto del
Lombardo-Veneto 1837.

Dopo il
periodo napoleonico, durante il dominio austriaco, fra 1810 e 1840 venne
realizzata ex novo la strada Regia Postale, in odierno nota come “Pontebbana”.
La tratta Pordenone-Orcenico Inferiore-Casarsa, con relative stazioni di posta,
venne aperta al traffico nel 1825. In quella occasione l’abitato orcenichese fu
oggetto di radicali modifiche urbanistiche, con nuove viabilità di
allacciamento alla Pontebbana (provinciale di Cevraja, adattamento/rettifica
delle comunali preesistenti) e spostamento del fiume Fiume circa 2-300
ml. a monte in quanto avrebbe interferito con il tracciato stradale (passava
dove stavano le scuole elementari). Una porzione dell’alveo dismesso venne
allora incorporato nel giardino di pertinenza del palazzo, a margine della
preesistente peschiera. In quell’occasione la residenza fu aggraziata da parco
arboreo, laghetto (ex alveo adattato-peschiera), vialetti, ponticelli, gazebi orientaleggianti,
fontana e collinetta ad uso ghiacciaia (uno status symbol tipico delle famiglie
abbienti del tempo).

Del casato dei
De Domini la gente del posto non ne serba più memoria, se non un flebile
ricordo della villa-palazzo con annessa cappella. La famiglia ebbe un
importante ruolo durante il Risorgimento. La figura di maggior spicco fu
certamente Gio=Pietro, sacerdote, professore di filosofia al seminario di
Concordia fra 1831 e 1841, arciprete a Motta di Livenza sino al 1848, anno in
cui fu nominato Capellano militare d’Armata del governo provvisorio italiano.
Finiti (male) quei fatti d’arme, dovette subire frequenti perquisizioni e
controlli da parte della polizia austriaca. Ciò non gli impedì discretamente di
agire da patriota. Visse fra casa propria e, quale precettore, in quella dei
Cumano a Cormons e i Clemente ai Dignano. Ebbe per qualche periodo le
mansionarie (curazie) di Cusano e Murlis e fu anche insegnante di religione a
Treviso. Dopo il passaggio del Friuli nel Regno d’Italia, venne nominato
Cavaliere della Corona d’Italia per il suo impegno patriottico. Si ritirò a
Udine nel 1880, ove si spense nel 1886. In precedenza i suoi 4 fratelli in
parte premorirono ed in parte emigrarono altrove.

A/4
– L’ing. Achille Zannini, nuovo proprietario di “villa Elisabetta”.

Intorno al
1890 l’ing. Achille Zannini, nativo di Padova, ed erede per linea matrilineare
dei conti De Domini, prese residenza in “Villa Elisabetta”. Di questa alcune
cartoline-fotografiche del 1904 ne ritraggono l’immagine.

Dagli avanti
citati disegni 1706 e 1750 e mappa napoleonica 1807 risulta chiaramente che,
annessa palazzo, in sinistra, esistesse una cappella privata dedicata all’Immacolata
Concezione
, con pala omonima dipinta dal citato sacerdote Gio=Pietro De
Domini. Lo stesso Zannini nel 1892 si premurò di spogliare i paramenti e
suppellettili sacre, donandole alla parrocchia locale (note riportate
nell’archivio parrocchiale). Quasi certamente in quell’occasione essa venne
demolita, in quanto non appare più nella citata cartolina del 1904, ove il
palazzo stesso appare riattato e dipinto a nuovo.

Appena
accasatosi nello zoppolano Zannini si mise in società con l’ing. Giobatta
Biglia fu Giuseppe, con il fine di realizzare una fornace da mattoni
(1890-1891), e della quale in odierno residuano solo alcune rovine di
archeologia industriale, quali l’edificio di lavorazione e la
tettoia-magazzino. La ciminiera con fornace e gli uffici furono demoliti pochi
decenni orsono. Vi è memoria anche di una ferrovietta a margine della strada di
Cevraja che portava alle cave di argilla, pure smantellata. Per gli usi
industriali fece piantare il primo pozzo artesiano del comune di Zoppola (1891)
e visto il buon esito di getto d’acqua continuo e spontaneo, l’anno seguente
l’ufficiale sanitario dott. Vincenzo Favetti convinse l’amministrazione
comunale a fare altrettanto per gli usi potabili umani (cfr. Nerio Petris, Li pompis dala Cumun,
1987, Pordenone). L’ing. Zannini ebbe, fra l’altro, il ruolo pubblico di
consigliere comunale fra 1890 e 1902.

Ritiratosi
dalla società fornaciaia intorno al 1905, cedette tutti i suoi beni orcenichesi
all’ex socio Giobatta Biglia e si trasferì altrove.

A/5
– L’ing. Giobatta Biglia, nuovo proprietario di “villa Elisabetta”.

L’ing.
Giobatta Biglia (1843-1916), già residente nella villa “Panciera-Biglia-Costantini
di Murlis, nel frattempo si era fatto costruire una nuova residenza, l’attuale
Villa Grassi” di Orcenico Inf., 
posta difronte all’Ideal Standard, ove si trasferì nel 1882. Dal 1885 al
1902 partecipò attivamente alla vita sociale zoppolana in qualità di
consigliere e assessore comunale.

Una volta
acquisita tutta la proprietà dello Zannini, quali la fornace, le case dei
fittavoli,  diversi fondi agricoli e la “Villa
Elisabetta
”, cedette quest’ultima in uso allo scapestrato proprio figlio
Giuseppe quale residenza personale. Morì a Conegliano nel 1916.

A/6
– Giuseppe Biglia, localmente detto “il mat Bilgia” e “villa
Elisabetta
”.

Giuseppe
Biglia (1876-1945) dunque ebbe “Villa Elisabetta”. Raccogliendo il testimone
paterno, fu consigliere comunale circa fra 1902 e 1910, ma dovette poi
ritirarsi per contrasti con l’allora sindaco Camillo Panciera di Zoppola. Si
dedicò allora, assieme al cognato dott. Giovanni Battistella, alla gestione del
patrimonio industriale-agricolo.

Personaggio
eccentrico, lussurioso, dissoluto, libertino, odioso e temuto, spadroneggiò a
lungo in Orcenico Inferiore, specialmente nel periodo fascista (di cui fu
sostenitore per convenienza), tanto da valergli popolarmente l’appellativo
ingiurioso di mat Bilgia ‘Biglia il matto’. Maltrattava e vessava i
mezzadri e soprattutto incuteva il terrore fra le ragazze locali che
continuamente insidiava. Si racconta di come i capifamiglia suoi sottoposti
fossero costretti a celare la presenza delle giovinette di casa, mandandole
nascostamente presso conoscenti fuori paese, onde preservarne sessualmente
l’integrità fisica e morale (cfr. in proposito Nerio
Petris, Il mat Bilgia in“Cent’anni a Zoppola”, 2002,
Talmassons, pag. 39). Condusse una vita godereccia e di sperperi che lo portò
in pochi anni a dilapidare l’intero patrimonio.

La memoria
locale dipinge “Villa Elisabetta” come luogo di ritrovo abituale nella
quale Giuseppe soleva tenere frequenti bagordi e baccanali, allietati da
compagnie femminili raccattate al casinò veneziano o in altri postriboli. Si
vociferava di come internamente si fosse ricavata una pseudo-cappella con
paramenti sconsacrati, ove si celebravano “messe nere”, con rituali satanici e
peccaminosi accompagnati da urla, grida e suoni sinistri che lasciarono spazio
a varie interpretazioni incutendo terrore, spavento e raccapriccio nei paesani.
Fra le reminiscenze raccolte fra i più anziani, si narrava poi di certe sue
sortite mattutine fra le vie del paese a bordo del calesse, trainato da uno
stuolo di donnine discinte, tra i fumi dell’alcool, baccanali con vaghi canti,
schiamazzi e strepiti.

Stando al
racconto di Maria Bertoja, che riportava testimonianze di anziani, quando venne
demolita “villa Elisabetta”, vennero ritrovati paramenti para-sacri ed
ossa umane, dando adito alla credenza che ivi si fossero tenuti persino
sacrifici umani.

A/7
– Demolizione“villa Elisabetta” e costruzione dell’attuale “castelletto”.

Intorno al
1920 Giuseppe Biglia decise di far demolire “villa Elisabetta”, rimpiazzandola
con l’odierno edificio in stile misto neogotico-liberty, la cui foggia ricorda
vagamente un “castelletto”. In particolare si volle mettere bene in
evidenza l’impiego di pregiati mattoni dei quali ne era il produttore
industriale. Sarà questa la sua nuova residenza, anche se probabilmente non del
tutto ultimata all’interno.

Perdurante da
parte di Giuseppe il mantenimento di un stile di vita dissoluto, disdicevole,
sacrilego ed empio, con le consuete pratiche esoteriche, percepite lontanamente
quali strida, gemiti, rimbombi, strepiti, bagliori e barlumi sinistri e
funesti, fra la gente del posto all’edificio valse l’epiteto di “casa degli
spiriti
”, ammantata da un’aura nefasta di brivido, raccapriccio,
inquietudine e ribrezzo.

Dopo aver
dilapidato l’intero patrimonio, Giuseppe Biglia nel 1936 si trasferì a Caorle. Morì
solo e ramingo nel 1945 a Modena, per mano, si racconta, di alcuni partigiani “rossi”.
Fino a pochi anni orsono il “castelletto” fu argomento di mille
maledizioni e credenze, non ultima che chi l’avesse acquisito sarebbe
malauguratamente fallito come il suo predecessore, il mat Bilgia.

A/8
– Francesco Barbaro, nuovo acquirente del “castelletto”.

Nel 1939
Francesco Barbaro, il nuovo acquirente, iniziò i lavori di ripristino e
completamento del “castelletto”. Nel 1951 costruì ex novo il
bar-ristorante nel piazzale che separa la villa dalla “Pontebbana”. Pochi anni
dopo si avverò la maledizione che gravava sul “castelletto”, ossia il
fallimento del Barbaro. Il bar fu ceduto ai Piccinin. “La casa degli
spiriti-castelletto
” rimase per molti anni chiusa.

A/9
– La cessione del “castelletto” a Ludovico Falomo.

Nel 1971
Ludovico Falomo, industriale proprietario della Fotomec, rilevò il “castelletto”,
procedendo al suo riatto. Pochi anni dopo si avverò nuovamente la maledizione
che gravava sull’edificio, ossia il fallimento della ditta di Falomo.

A/10
– Gianni Babuin, odierno proprietario del “castelletto”.

Nel 1998
l’industriale Gianni Babuin, rilevò il “castelletto”, procedendo a sua
volta ad alcune modifiche e riatto. Nel frattempo gli anziani orcenichesi che
negli anni ’80 mi avevano raccontato i fatti sul mat Bilgia a loro noti,
sono dipartiti. Così quei lontani eventi sono andati nel dimenticatoio. Ci si
augura anche la maledizione.

A/11
– Il parco odierno annesso al “castelletto”.

In buona
sostanza è stato conservato il parco così come appare nelle citate cartoline
fotografiche del 1904, ossia con laghetto (ex alveo fluviale del
Fiume-peschiera), vialetti, ponticelli, gazebi, collinetta. Le alberature che
appaiono in quell’anno non paiono molto vecchie, stimabili in circa un
ventennio. Attualmente le piantumazioni risultano in buona parte non
appartenenti alla vegetazione autoctona tipica. Fra quelle di maggior spicco vi
appaiono quelle dell’àlbera ‘pioppo bianco’, albèu ‘abete
bianco’, auràr ‘alloro’, ciana cargàna ‘bambù’, fajàr
‘faggio’, magnolia, moronàr ‘ippocastano’, plàtina ‘platano
euro-americano’, sàmer ‘carpino bianco’, tèi ‘tiglio’, vòul ‘acero
campestre’ e altre ornamentali di recente impianto

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B – La chiesetta di Santo Stefano in Cevraja di Castions.

La chiesa di Santo Stefano in Cevraia,
riedificata nel ’500 su sedime di edificio anteriore, è stata recentemente
restaurata. Conserva una tela del 1554 raffigurante la pala della Madonna con Bambino e santi Stefano e
Andrea del Calderari, una tela della Madonna
col Bambino
attribuita a Cristoforo Diana, lacerti di affreschi
cinquecenteschi attribuibili alla scuola del Bellunello ed una importante acquasantiera trecentesca recante
l’effige della croce di Malta,
storico ricordo di antichi possessi in loco di quell’ordine cavalleresco. (cfr.
Stefano Aloisi, Guida Artistica
di Zoppola,
2016, edita dalla Pro del Comune di Zoppola).

………………………………………………………..

C – La chiesetta di San Marco in Castions.

La quattrocentesca chiesetta di San Marco in
Castions, di recente restauro, conserva al suo interno una pala ottocentesca
della Madonna col Bambino, San Marco e la Giustizia, di autore ignoto
(copia da un originale del Padovanino) e ai lati due tele raffiguranti Sant’Agata e Santa Lucia del 1642 di Cataldo
Ferrara
, provenienti dalla distrutta chiesa di sant’Ilario. Vi ospita pure
una pregevole acquasantiera cinquecentesca ed alcuni lacerti di affreschi
prossimi ai modi di Pietro Goritio.

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D – Breve cenno storico su Castions.

L’abitato di Castions non fu mai sede comitale. Esso
rimase per un periodo feudo dei di
Pinzano
(almeno dal XIII sec.), indi dell’abate di Moggio, degli
Spilimbergo
, per passare dal 1368 (guerra fra Patriarcato e ducato
d’Austria) in poi sotto il feudo dei di
Porcia
, sotto il quale rimase sino alla dissoluzione della Serenissima e
creazione dei moderni Comuni.

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E – La chiesa parrocchiale di Castions.

La pieve di Sant’Andrea apostolo in Castions,
probabile filiazione da quella di Azzano X, è 
un edificio del 1521, con successivi plurimi rimaneggiamenti ed aggiunte
che le conferiscono un aspetto settecentesco. Essa fu eretta sulle tracce della
centa ellittica fortificata ascrivibile al periodo francone (VIII-IX sec.),
comprendente fra l’altro una torre di vedetta parzialmente conservata e
inglobata nell’odierno campanile. È verosimile che il sito fosse in precedenza
un antico castelliere, sicuramente riusato poi in epoca romana (uno scavo
eseguito un decennio orsono ha messo in luce lungo la strada una possente
fondamenta orientata lungo le direttrici di centuriazione concordiense).
All’interno della chiesa si possono ammirare pregevoli sculture e dipinti, fra
i quali le pale raffiguranti la Discesa
dello Spirito Santo
del 1532 e la Madonna
in Trono con Bambino e i santi Rocco e Sebastiano
del 1569, entrambe del Pomponio Amalteo, nonché la Santissima Trinità e santi di Antonio
Carneo del 1680 ca. Nel coro spiccano frammenti di un ciclo di affreschi
rinascimentali di Pietro Goritio.

…………………………………………………………

F – I Marcolini e “Parco Burgos” in Castions.

Sul finire del
’500 la pieve di Castions venne retta da pre Antonio Marcolini e in
seguito da pre Pietro Marcolini in seguito, zio e nipote originari di
Corva. All’usanza del tempo trassero a loro il parentado, che quindi si
trasferì stabilmente nel castionese. Nel corso degli anni all’interno della
cerchia famigliare ebbero a formarsi prelati, notai, medici, ingegneri,
fornendo alla comunità un consistente numero di podestà e camerari. Di pari
passo la loro condizione andò sempre più arricchendosi, per divenire nell’800
il casato con il più consistente patrimonio agrario del posto. Esso andò
tuttavia a spegnersi con Girolamo di Andrea fu Vincenzo Marcolini
(1852-1883), morto giovane privo di eredi.

Il patrimonio
passò in parte agli eredi di Camillo Favetti, avendo sposato Catterina
fu Vincenzo Marcolini, casato a sua volta estinto nel benemerito dott. Vincenzo
(1829-1921) e a Maddalena=Maria di Andrea fu Vincenzo Marcolini, che sposò Luigi
Micoli Toscano
. Il figlio di quest’ultimi, Gianni Micoli Toscano
(1871-1938), personaggio di spicco locale e provinciale, si estinse a sua volta
privo di eredi. Per gli abitanti castionesi i molteplici fittavoli, le case
agricole, i campi e i prati erano semplicemente detti “di Toscani”,
appellativo ancor oggi usuale. Morto Gianni, il patrimonio confluì così nelle
mani di sua sorella Lorenzina, ammogliata ad Ettore Gino Angeli. Ebbero
una sola figlia, Maria Maddalena Angeli nata nel 1913, sposata a Gianroberto
Burgos di Pomaretto
.

Prima di
ritirarsi a vita privata, nel 1985 volle omaggiare la comunità castionese
donando una parte del parco annesso al palazzo padronale, a cui fu conferito
abbreviativamente il nome di “Parco Bùrgos”. Si tratta di un’area di
circa un ettaro, posta a margine del rio Castellana, adiacente l’area di
pertinenza della chiesa parrocchiale e a quella dell’Asilo-Casa di Riposo “Vincenzo
Favetti – Nicola Brussa
”. Il Comune donatario provvide a realizzare una
viabilità di accesso, con ponti, parcheggi, vialetti, servizi, laghetto. Al suo
interno vi è una collinetta artificiale, verosimilmente una ex ghiacciaia, in
cima alla quale svettava un ciclopico platano, morto poco dopo la sistemazione
in quanto colpito da malattia fungina. Nel parco vi erano anche altre antiche
piantumazioni, verosimilmente messe a dimora nel tardo ’800, seguendo il
modello del giardino all’inglese. Purtroppo però alcune di esse morirono per
vetustà e/o malattia (olmi, pioppi, cupressacee, etc.) e altre ancora vennero
incautamente e sconvenientemente abbattute, provocando il biasimo e amarezza
della donante Maria Maddalena Angeli che se ne addolorò molto. In particolare
si trattò di alcune magnolie centenarie, piantate alla nascita della propria madre
e relativi fratelli e sorelle, come da consuetudine del tempo.

Attualmente il parco, a servizio della cittadinanza,
ospita anche alcune manifestazioni, fra le quali una festività agostana assai
frequentata.

………………………………………..

G – Casa natale dei Costantini, ora Galleria Civica d’Arte.

In Castions si trova la casa natale dei fratelli
cardinal Celso (1876-1958) e
arcivescovo Giovanni Battista Costantini (1880-1956),
personaggi locali di grande lustro. L’edificio venne realizzato nel 1845,
allorché il nonno paterno dei prelati, originario di Arba, immigrò a Castions.
Egli svolgeva l’attività di muratore-scalpellino. Suo figlio Costante, padre
dei suddetti, implementò notevolmente l’impresa edile, avvalendosi di
manodopera attinta prevalentemente fra le fila dei Michieli, a loro volta
muratori castionesi (cfr. Stefano Aloisi,
Costruire la fede: la dinastia dei Michieli in Quaderni Zoppolani,
vol 15^, pag. 127-132, 2017, S. Vito al Tagl.). Operò molto anche per l’Ente
Ecclesiastico, portando a compimento diversi restauri di chiese del
circondario. Nel 1903 acquistò dai Biglia il palazzo-barchessa di Murlis a cui
è annessa la chiesa di Santa Lucia, ove i Costantini preferirono soggiornare in
seguito.

Di recente il palazzo castionese nativo dei prelati è
stato acquisito al patrimonio comunale. Dopo i lavori di restauro e
riqualificazione, nel 2011 esso è stato adibito a Galleria Civica d’Arte
intitolata a “Celso e Giovanni Costantini”, ove si conservano, fra
l’altro, diversi documenti, pubblicazioni, fotografie, opere d’arte e paramenti
sacri ad essi relativi. Il nucleo di opere plastiche, pittoriche e grafiche
acquisite al patrimonio museale annoverano nomi quali V. Basaglia, G. Cadorin,
A. Culos, A. Furlan, D. Jus, M. Moretti, T. Silvestri, C. Magnolato, V.
Tramontin, etc. Ovviamente vi si tengono mostre d’arte permanenti e temporanee,
nonché svariate attività culturali.

Sul piazzaletto antistante spicca un San Giuseppe
con Bambino
scolpito nel 1937 da Valentino Turchetto, su modello del card.
Celso Costantini.

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